giovedì 29 marzo 2012

Dal cassetto dimenticato 2

Continuo a ripescare alcuni vecchi racconti e pubblicarli; anche questo ha più di dieci anni.

Era il periodo di "Intervista con il vampiro", delle letture di Bret Easton Ellis e della mia voglia di scrivere duro, pulp. In passato ricordo che questo racconto diede fastidio per la sua durezza. Beh, io ero contento: era nato per dare un pugno diritto allo stomaco!

Buona lettura!


PRIMA DELL’ALBA

Sono immobile. Gli sto dinanzi, in piedi, i muscoli che gridano per la tensione. Sudo. L’osservo attentamente, vedo i suoi occhi fissi su di me.

Pensa.

Rivoli di sangue denso gli scorrono come fiumi sul volto. Parte della sua calotta cranica è stata asportata: lembi di materia cerebrale penzolano da quella che ora si può paragonare una brocca.

E’ sdraiato sul letto, nudo, il suo cazzo ancora sporco di sperma penzolante. Ridicolo: sembra un wurstel scaduto. In fin dei conti rappresenta quello che è: un pezzo di carne, solo un pezzo di carne.

Fiotti di sangue scuro continuano saltuariamente ad eruttare dalle ferite profonde che ha sul collo. Tutto il suo corpo è incrostato del suo stesso sangue rappreso. Altro sangue ha inzuppato le lenzuola, poche ore prima probabilmente bianche e odorose di bucato, di un rosso talmente scuro da avvicinarsi al nero.

Pensa.

Un varco parte dallo sterno ed arriva appena sopra l’inguine, lo squarcia come un maiale al macello. Le sue viscere, estratte dal corpo, sono un po’ sparse sul cadavere, un po’ sul letto. Osservo il suo intestino, è incredibilmente lungo, poi noto il suo fegato, o meglio, parte del suo fegato. E’ tranciato, ma non di netto, quasi come se fosse stato strappato in pezzi o forse, potrebbe essere questa la soluzione, morso. Noto i polmoni, circa ancora al loro posto, ma nessuna traccia del cuore. Non è dentro di lui, non è sul letto, né sul suo corpo né sul pavimento: non c’è, punto e basta.

Pensa, pensa maledizione.

Era Magro, capelli biondicci, occhi grigi. La carnagione penso fosse molto chiara, certo il suo pallore post-mortem non aiuta. Sul comodino subito accanto al letto ad una piazza e mezzo, dalla parte di destra, sono posate delle chiavi, degli occhiali da sole e delle riviste.

L’appartamento è buio, fuori è notte, la sola illuminazione che perviene è concessa dalla luna. Per vedere bene le riviste accendo il lume posato sullo stesso comodino. La luce, pur soft, mi colpisce come un pugno in viso: le riviste prendono forma sotto i miei occhi.

Porno. Sono tre riviste porno. Le foto raffigurano uomini che si succhiano l’uccello, maschi che si inculano a vicenda, abiti di pelle nera, aderente, fruste e falli artificiali di lattice. Riviste per froci.

Pensa.

Osservo le sue zone intime. Noto per la prima volta che le lenzuola giusto sotto i suoi testicoli, sono sporche di merda. Liquida. Visto quello che ha passato potrebbe semplicemente essersi cagato sotto. Potrebbe.

Guardo meglio e mi sembra che abbia il buco del culo ricco di escoriazioni e forse, ma di questo non ne sono molto sicuro non avendo esperienza a confronto, è ancora allargato. Deduco che quella chiazza marrone, puzzolente, che si va a mescolare con il sangue, sia causa di un attacco di diarrea post sodimizzazione.

L’odore acre delle sue fattezze mi riempiono i polmoni, ma non mi avvicino alla finestra: semplicemente non ci riesco. Finalmente, vomito.

Pensa.

La fiamma dello zippo accende la Marlboro che tengo fra le labbra. Aspiro profondamente gettando nei polmoni qualcosa che mi sembra più sano di quello che fino a poco fa respiravo. Sono finalmente riuscito ad aprire la finestra. Una leggera brezza rinfresca ora l’appartamento.

Ricorda.

Sono le nove di sera mentre guido la mia Porsche verso un locale qualsiasi: l’importante è trovare del movimento. Fumo, anzi no, non ho sigarette. Il pacchetto che tenevo in tasca era vuoto. Chiedo una sigaretta alla prima persona che incrocio: è lui.

Il ragazzo si gira sfoderando un sorriso degno della serie televisiva Melrose Place. Accendo una Marlboro light e mi dirigo al banco: ho sete e quindi decido di farmi una birra. Butto giù la birra ghiacciata accorgendomi di avere un notevole appetito.

Mi si avvicina un tizio al banco e mi siede vicino. E’ ancora lui. Il barman mi consegna un’altra Bud: offerta dal qui presente amico biondo. Sorrido e accetto di buon grado, in fondo non si dice mai di no ad una birra.

Pensa.

Finalmente riesco ad auto convincermi di stare abbastanza bene da alzarmi in piedi, così lo faccio. Mi dirigo verso il bagno, la prima cosa di cui ho bisogno è una bella rinfrescata: segue una necessaria svuotata di vescica.

Entro nel bagno e penso che avrei fatto meglio a restare per terra in mezzo al mio vomito e al suo sangue piuttosto di vedere quello che ora, paralizzato in piedi, sto guardando.

Le piastrelle sulle pareti erano bianche splendenti: ora anche loro sono ricoperte da sangue incrostato. La tazza del cesso è aperta e mette ben in evidenza il suo contenuto. Posato alla superficie dell’acqua, galleggia uno strato abbastanza grosso di materia densa, scura. L’odore è quello del vomito ma il colore è troppo scuro. Tutto intorno al wc schizzi di quella sostanza marrone-rossastra impressionano assieme a schizzi bianchi disegni degni di un quadro futurista. Sperma. Quella roba bianca credo sia sperma.

Da fuori la cabina di vetro della doccia non si riesce a vedervi dentro: altro sangue. Anche il lavello è sporco di sangue, ma niente confronto al resto. Dentro, vi è posata una siringa. Ormai sono dentro: avanzo accendendo un’altra Marlboro in direzione del lavello. Mi tiro fuori l’uccello e ci piscio dentro. Riesco a trattenermi dal vomitare ancora, ma quando me lo estraggo dalla patta, mi accorgo di avere una piccola erezione.

Pensa.

Sono di nuovo nello stanzone dove c’è il cadavere. L’appartamento è piccolo ma, non avendo pareti divisorie, sembra molto più grande. L’unica parete divide il resto dell’appartamento dalla cucina.

Su un tavolino di vetro vicino alla porta di casa vedo un telefono. Senza pensare alzo la cornetta e faccio automaticamente un numero. Attendo che qualcuno risponda per sapere chi cazzo ho chiamato.

- Pronto? Chi è che ha deciso di interrompere la mia cena?

Sono le quattro e mezza di notte: alla faccia della cena. Comunque è la voce di una donna che parla, ed è anche una voce che mi risulta familiare. Nonostante non mi venga in mente chi sia, saluto come si salutano i vecchi amici.

- Ehi, ciao.

- Andrea, ciao. Potevi dirlo subito che eri tu.

Andrea. Il mio nome è Andrea e non mi sta scambiando per qualcun altro: è il mio nome e adesso lo ricordo. E non solo quello.

- Ciao Martina. Credo di avere un problema. Ho bisogno che tu venga qui.

Ricorda.

Scendo dalla Porsche gialla assieme al biondino. Gli metto fretta. Entriamo nel palazzo dove ha l’appartamento. Saliamo piano dopo piano in ascensore. Lui porta una camicia bianca, i bottoni superiori aperti per mettere in evidenza il petto muscoloso, pantaloni di pelle neri e dei mocassini. Il sorriso alla Melrose Place non l’ha abbandonato un istante.

Un drink dopo l’altro, l’atmosfera si scalda. Lo stereo suona della buona musica: Chet Baker intona My Funny Valentine. Solo due lampade, soft, sono accese per illuminare leggermente l’appartamento. Una di quelle è posata su un comodino, vicino al letto al quale lui si è avvicinato. Apre un cassetto e lo vedo estrarre delle riviste.

Ho voglia.

Il biondino entra nel bagno, io mi avvicino al mobiletto affiancato al letto per vedere quelle riviste. Sono tre, una di quelle è aperta. Uomini che scopano, grandi primi piani di bocchini e buchi di culo. Sento il pene forzare i pantaloni di lino bianco che indosso. Sfoglio le altre riviste in attesa che esca da quel fottuto cesso: ci mette ben quindici minuti.

Ricorda.

Il campanello si mette ad urlare. Martina mi raggiunge velocemente nell’appartamento. Entra immergendosi subito nello spettacolo: non batte ciglia. Poi, finalmente si gira: - Cosa cazzo ti è preso?

La guardo muoversi con maestria e rassicurate destrezza tra lo scempio. Si avvicina al corpo freddo del biondo. Con un dito tocca uno degli squarci immergendolo nel sangue, poi se lo porta alla bocca. - Cazzo - sono le uniche parole che le escono dalle labbra carnose. Continuo a fissarla in silenzio, anche quando si dirige verso il bagno.

Quando esce lo fa con passo deciso e impugnando la siringa che era dentro al lavello, tuonando con voce severa: - Ti ha drogato. Ecco perchè hai perso il controllo. Come hai fatto a non accorgertene? Lo senti dall’odore quando uno è tossico.

Ricorda.

E’ finalmente uscito dal bagno. Non ha i pantaloni e si dirige verso il letto. Si siede e mi tira verso di lui per la cintura dei pantaloni. Li apre e mi tira fuori il cazzo per prenderlo in bocca. Quando lo impugna è già duro grazie alle riviste. Gli sfilo velocemente la camicia e lo sbatto sul letto. Le mie labbra si avvicinano al suo collo in piccoli baci d’approccio. Gli alzo le gambe, posandole sulle mie spalle e lo penetro. Lui comincia ad ansimare e continua a farlo anche quando affondo i miei canini dentro la vena che gli attraversa il collo. Geme per il piacere mentre continuo a succhiargli il sangue. Succhio e spingo, succhio e spingo mentre mi gia la testa. Ora sta urlando. Urlo anch’io mentre l’eroina che aveva in vena mi entra in circolo. Poi perdo definitivamente il controllo.

- Dobbiamo andare via da qui. Ce la fai? - mi chiede dolcemente Martina.

- Si, ce la faccio.

- Puoi venire da me questa sera. Anzi, se vuoi rifarti la bocca ho chiuse in cantina due studentesse giovani. Roba buona. Potresti farmi compagnia mentre continuo la cena.

Usciamo. Sono le cinque del mattino e sta facendo lentamente luce. Inforco i miei Rayban salendo sulla Porsche. Metto in moto e seguo Martina verso casa sua.

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